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Certificare senza concretezza: come sfamare consulenti senza prepararsi a nulla

Numerosi standard internazionali sviluppati da professionisti di alto livello vengono applicati nelle aziende, senza che si facciano passi in avanti nella sostenibilità o nell'efficienza reale.

Il problema sono i consulenti, che creano documenti ma ignorano la cultura che sta dietro alle norme volontarie.



In un contesto normativo e di mercato che spinge sempre più le imprese verso l’ottenimento di nuove certificazioni ambientali e sociali, oppure verso l’implementazione di veri e propri piani di sostenibilità modellati su rigide norme europee, i numeri dicono che il progresso della sostenibilità è lentissimo e i gruppi di potere del mondo aziendale si muovono per ridurre e ammorbidire gli obblighi.


Le nuove richieste di disclosure e sforzi di sostenibilità richiesti sono infatti sempre più vincolanti e stringenti, si vedano ad esempio gli obblighi relativi alla Dichiarazione non Finanziaria o il nuovo Meccanismo CBAM di adeguamento del carbonio alle frontiere. Sono quindi richieste, al mondo imprenditoriale, quelle capacità e flessibilità che sono certificate ma, spesso, fittizie.


Benché siano in molti, nel mondo imprenditoriale, a sperare che cambi politici all’interno dell’Unione Europea o altri eventi esterni rallentino o annullino il processo di transizione ecologica, ciò è scientificamente non augurabile e, comunque, una cosiddetta speranza da disperati.


Se gli imprenditori investono e ottengono certificazioni che attestino la loro virtù nel merito della sostenibilità, non è chiaro allora perché la resistenza al cambiamento sia così alta e ogni passo in più sia visto come oneroso, al punto da considerare sacrificabile la salvaguardia ambientale, la sostenibilità sociale e la trasparenza della governance, che pure gioverebbero sia all’imprenditore che al contesto in cui vive.

Se da una parte le aziende accumulano certificazioni e si adeguano agli standard, l’accrescimento di sostenibilità ESG ed efficienza dovrebbe svilupparsi più velocemente e con una resistenza molto minore da parte del mondo imprenditoriale.

Un problema prevedibile


Nel cercare di capire le cause del minimo valore aggiunto apportato dalle certificazioni e l’adozione di standard di alto profilo, non ci si può, in ultima analisi, che rivolgere al legislatore e alle sue responsabilità, in particolare il modello amministrativo nazionale e la Comunità Europea.


Aver infatti imposto obblighi di certificazione, ad esempio per partecipare a gare d’appalto o poter operare in certi settori commerciali (si veda, ad esempio, la normativa sulla conduzione di impianti termici), ha fatto in modo che certificare divenisse una pura formalità, un altro motivo di frustrazione per un imprenditore e una nuova fonte di indotto per consulenti e Enti di Certificazione, senza che la realtà pratica del mercato sia cambiata in maniera sostanziale.


Si crea, in questo modo, un circolo vizioso: applicando in maniera sterile i vari standard, si alimenta la richiesta di nuove certificazioni per garantire ciò che dovrebbe essere garantito dalle certificazioni precedenti. L’effetto si crea perché i legislatori vedono i certificati come garanzie, cosa che non sono più da quando sono stati introdotti come obblighi.

Anzi, le aziende che volontariamente si sarebbero sottoposte ad un reale processo di miglioramento tramite l’applicazione di standard volontari sono state rese irriconoscibili da chi voleva solo un timbro per evitare ulteriori scocciature.


Questa è una situazione che è quindi riconducibile ad una applicazione ottusa (se non completamente di apparenza), degli standard internazionali volontari, in particolare quelli più basilari, come la UNI EN ISO 9001:2015 sulla qualità o la UNI EN ISO 14001:2015 sulla gestione degli aspetti ambientali.


Le responsabilità in questi riguardi sono numerose:

Oltre al legislatore, già citato, vi sono i consulenti che più velocemente e senza problemi fanno il lavoro, prima possono occuparsi di una nuova commessa, quindi non tentano neppure quell’opera di miglioramento aziendale che le norme richiederebbero. Dall’altra parte ci sono le aziende, che spesso non vedono nessun beneficio dagli standard internazionali, che vivono come obblighi o forzature del mercato.

Il terzo attore sono gli Enti di Certificazione che eseguono gli Audit che, a loro volta, sono spesso conclusi senza approfondire per l’appunto quelli che sono i temi fondamentali di ogni certificazione volontaria: la cultura aziendale e il coinvolgimento della direzione.


Quello che infatti solitamente viene certificata è la minima compliance documentale agli schemi di certificazione, invece della profondità e congruità dell’applicazione in azienda. Ciò ha un effetto detrimente sulle aziende stesse, che per avere un paio di audit facilitati rinunciano ad una grande parte di valore aggiunto che proprio lo schema di certificazione può trasferire all’interno dell’organizzazione.

Inoltre, è un’attitudine che tende a peggiorare la reputazione degli standard stessi, che verranno applicati con sempre minore aderenza alle varie realtà imprenditoriali.

Senza i vantaggi organizzativi e l’aumento di sostenibilità dei processi che potrebbero derivare da schemi di certificazione comunque pagati, le aziende si trovano più povere e senza gli strumenti per affrontare con più facilità obblighi molto più impegnativi come quelli della Comunità Europea sulla CO2.

Impegnarsi di più per impegnarsi di meno


Se come abbiamo detto il certificato non è segnale di un vero e proprio miglioramento strutturato, rimane importante che i consulenti e le aziende capiscano che senza una struttura moderna sarà molto complicato per le imprese rimanere competitive sul mercato interno.


Paradossalmente, le aziende che già dal 2025 saranno sottoposte a obblighi di rendicontazione di sostenibilità, definizione di piani di riduzione dell’impronta di carbonio ecc. sono le più favorite, al momento, in quanto hanno sia “i muscoli” che la cultura necessaria per investire nel cambiamento, fare formazione e, in un modo o nell’altro, riuscire a cavarsela.


La Piccola e Media Impresa Italiana, invece, non ha ancora capito che, anche senza obblighi, la richiesta di rendicontare la sostenibilità della Catena del Valore alla quale sono soggetti i grossi gruppi, così come i meccanismi di credito bancario, l’agenda 2023 ecc. avrà grossissime ripercussioni dal punto di vista delle richieste informative da parte dei clienti e del mercato, spesso troppo onerose ed impegnative per essere soddisfatte nel breve periodo.

L’unico modo che hanno questi imprenditori per essere competitivi in un quinquennio non è investire denaro per chiamare l’ennesimo consulente per l’ennesima ISO mai sentita nominare prima, ma staccare finalmente gli occhi e la mente dal prodotto e iniziare a ragionare con una strategia che vada oltre la commessa del mese prossimo o il cambio di capannone.


Tramite l’applicazione dei framework delle norme senza perdere tempo in certificazioni, ad esempio, si può sperare di guadagnare un controllo di tutti quei processi non strettamente legati alla produzione che saranno proprio il fulcro delle richieste future del mercato, come la strategia ambientale, i piani di miglioramento dei processi, una maggiore conoscenza delle catene di fornitura ecc.


Come Margotta Consulting abbiamo sviluppato Pacchetto Boutique con una metodologia di lavoro ad Hoc proprio finalizzata all’accompagnamento delle P.M.I. verso una maggiore comprensione dei temi della sostenibilità e verso progetti di miglioramento pensati per anticipare gli obblighi e le richieste dei clienti, invece che per tappare i buchi dovuti alle mancanze strategiche.

In particolare, per quelle organizzazioni che operano in mercati ad alto valore aggiunto o come componenti di Supply Chain in cui l’immagine è parte integrante delle possibilità commerciali, come l’abbigliamento o la tecnologia, il Pacchetto Boutique è pensato per arrivare a sviluppare un bilancio di sostenibilità semplificato e che possa qualificare maggiormente l’organizzazione rispetto alla concorrenza.

In un contesto commerciale e normativo in continuo e profondo cambiamento, si può parafrasare una citazione Darwiniana: “Non è la più forte delle aziende che sopravvive, né la più intelligente, ma quella che si adatta meglio al cambiamento.

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